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Re-spirare

Il primo atto che ci porta nel mondo è proprio quello di respirare, re-spirare, spirare di nuovo. Spirare è un termine spesso associato all’ultimo respiro, in realtà tiene in considerazione un singolo atto; quel Re- ne cambia tutto il senso, offre a questa parola un ritmo e una ciclicità. Una delle molte ciclicità che fanno parte della nostra vita su questa terra: il sonno e la veglia, l’atto di alimentarsi e l’eliminazione ad opera dell’intestino, la sistole e la diastole del cuore, l’aprirsi e chiudersi degli occhi.

Fortunatamente abbiamo la grazia di questo re- che ci permette, per qualche tempo, di avere la giusta dose di ossigeno, di essere quindi vivi nel mondo, attraverso questo atto ondulatorio e ritmico.


Sono di media 18 gli atti respiratori al minuto per un umano, circa 25920 al giorno; è pressappoco la stessa cifra che ci mette la Terra a vivere un anno platonico, il tempo impiegato dall'asse terrestre per compiere un giro completo relativo al movimento di precessione degli equinozi (quasi 26000 anni). In questo caso un nostro respiro, uno nostro scendi-sali diaframmatico, corrisponde ad un anno della nostra Terra, un giro intorno al sole, un sali-scendi di stagioni. Se ci spingiamo più lontano potremmo dire che nella nostra inspirazione viviamo primavera ed estate e la nostra espirazione corrisponde al decrescendo autunnale e invernale.


Respiriamo e non ce ne rendiamo nemmeno conto, inspiriamo, accogliamo il nuovo, ci mettiamo in azione, espiriamo, lasciamo andare il vecchio. Ma abbiamo mai provato a prendere coscienza del come lo facciamo? Ci lasciamo guidare dal ritmo naturale, come il susseguirsi delle stagioni, senza interferire? Oppure ci ancoriamo alle nostre rigidità, alla nostra struttura, allo stress della gestione delle nostre giornate?

Un’iniziale presa di coscienza dell’esistere per me può partire da qui anche perché l’esistere è cominciato così.

Tanto di ciò che viviamo nel quotidiano può essere osservato associandolo alla nostra respirazione. Con quale facilità faccio entrare, con quale spontaneità? Come mi comporto nel lasciare andare? Il mio respiro è superficiale e teso? Il mio respiro è profondo e ventrale? Tendo i miei addominali come un pugile che sta per ricevere un pugno nello stomaco?


Partendo dall’ascolto di sé vi propongo questo esercizio:

·       Mi siedo comodo, con la schiena eretta ma ben sostenuta da un appoggio

·       Poso le mani sulle cosce

·       Rilascio le spalle

·       Rilascio la mandibola

·       Chiudo gli occhi


Faccio una pausa da quello che sta fuori e respiro.

Osservo la mia respirazione, il mio proprio ritmo, non accentuo niente, non forzo niente, non obbligo niente. Guardo, con uno sguardo che non parla e che non giudica.

 
 
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